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Giovanni Spampinato aveva 25 anni, come me. Giovanni aveva un sogno: raccontare quello che sapeva a chi non poteva vederlo. Giovanni Spampinato provava a fare un lavoro difficile, quello del giornalista, in un tempo difficilissimo: gli anni ‘70 in Italia.
Io, che cerco di raccontare quello che vedo, che vorrei fare il lavoro di Giovanni, in un tempo certamente diverso, forse meno pericoloso, eppure non privo di insidie, mi sento profondamente toccata dalla storia di questo conterraneo.
Danilo Schininà ha portato ieri in scena un Giovanni Spampinato fermo, irremovibile nel suo maglione a collo alto, nei suoi pantaloni alla moda dell’epoca. Un giornalista già morto, con la camicia già macchiata di sangue prima dell’epilogo, perché nessuno lo salverà, nessuno ci proverà nemmeno. E’ già defunto, già dimenticato, già steso sul tavolo dell’obitorio ancor prima di iniziare. E non è solo a causa dei sei colpi di pistola. Muore perché tutti fanno finta di non vederlo, di non leggerlo, di non apprezzarlo. Muore perché non gli credono.
Nella cornice splendida e fredda, nonostante il calendario suggerisca serate di afa e pareo, di Donnafugata, il protagonista siede per terra e batte sui tasti di una macchina da scrivere i propri pensieri. Ogni tocco segna il ritmo di un countdown che lo porterà lontano, in un posto da cui non si può tornare, dove non esistono i sogni, né la sete di giustizia, né la voglia di fare bene ciò per cui si è nati.
Sul palco, con Danilo Schininà (anche co-autore con Roberto Rossi e regista), Marcello Perracchio, Alessandro Sparacino e Nicoletta La Terra, si guadagnano l’applauso del numeroso pubblico, che esce dal castello chiedendosi: “Io dov’ero il 27 Ottobre 1972?”. Se eravate già nati, pensateci: dov’eravate? Forse questo è un primo passo per non dimenticare.

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